Come curare la disfunzione erettile

COME CURARE LA DISFUNZIONE ERETTILE

La disfunzione erettile è un problema che attanaglia la sessualità di un gran numero di uomini.

In Italia, la precentuale di popolazione maschile che soffre di problemi erettili è molto elevata (circa il 12,8%, che corrisponde a 3 milioni di persone): il disturbo d’erezione si accresce con l’avanzare dell’età. Spalmando questo dato numerico sull’incidenza del problema nelle diverse fasce d’età, avremo: il 2,1% nei soggetti maschi tra i 18 e i 29 anni; l’1,9% in quelli tra i 30 e i 39 anni (la lieve diminuzione percentuale si spiega in base al fatto che l’esperienza più matura dell’uomo adulto rispetto al giovane gli può garantire una maggiore gestione e limitazione degli errori psicologici nel rapporto sessuale); il 4,8% negli uomini tra i 40 e i 49 anni; il 15,7% in età tra i 50 e i 59 anni; il 26,8% tra i 60 e i 70 anni (questo aumento esponenziale è naturalmente dovuto a una componente organica, e non psicologica, e/o a malattie concomitanti); il 48,3% negli over 70enni.

Il problema, qualificato ormai in modo obsoleto come “impotenza”, esprime l’impossibilità di produrre o mantenere un’erezione di qualità prima o durante il rapporto sessuale, rendendone impraticabile l’atto penetrativo.

Per quanto concerne l’eziologia della disfunzione, essa è imputabile a due cause di natura diversa: la motivazione organica e quella psicologica.

Nel primo caso, può scaturire dalla presenza in corpo di altre malattie che influenzano il regolare flusso sanguigno nei corpi cavernosi del pene, da cui dipende l’erezione. Tra queste patologie, si possono annoverare: il diabete (circa il 25% dei diabetici tra i 30 e i 34 anni soffre di disfunzione erettile; addirittura il 75% in quelli di età compresa tra i 60 e i 64 anni), il colesterolo alto, la lesione del midollo spinale (nel 25% dei casi è presente il disturbo sessuale), l’obesità, il fumo (restringe i vasi sanguigni e danneggia le arterie che giungono al pene), l’ipertensione, l’insufficienza cardiaca, l’ipogonadismo, la sindrome di Cushing, la carenza di somatotropina, il Parkinson, l’Alzheimer, i traumi spinali, la neuropatia periferica, l’insufficienza renale, l’insufficienza epatica, l’abuso di alcol e di droghe, gli stili di vita scorretti, la vita sedentaria e la carenza di esercizio fisico. Quando oltre alla mancanza o alla perdita dell’erezione compare un drastico calo del desiderio di sessualità, è pronosticabile un abbassamento del testosterone nel sangue o, al contrario, un innalzamento della concentrazione della prolattina.

Per quanto concerne il secondo caso, invece, il problema di natura psicogena può essere conseguenza di una situazione di grande stress psico-fisico in cui la persona vive, ad emozioni di ansia e paura generalizzate, ad esperienze depressive, a condizioni socio-ambientali svantaggiose, a conflitti interiori col proprio ego.

Questo disagio psicologico ha immediate quanto brusche ripercussioni sulla vita intima del paziente che, dopo averla condotta e controllata in maniera serena e corretta, si ritrova catapultato nell’oblio del fallimento delle proprie performance, da cui insorge quella che è scientificamente etichettata come “ansia da prestazione”.

Il soggetto, nei primi periodi di comparsa del disturbo, continua ad avere generalmente una voglia normale di ritrovarsi in intimità con la partner, tuttavia, constati gli insuccessi nella produzione o nel mantenimento del pene rigido, vi giunge sopraffatto dall’ansia e dalla paura di incappare in una nuova defaillance: questi stati emotivi inibiscono la giusta eccitazione e, di conseguenza, verrà meno anche l’erezione.

Alla delusione per se stesso e alla perdita dell’autostima si intersecano la paura del cattivo giudizio da parte della propria partner e il timore delle considerazioni negative sul proprio conto: il paziente, infatti, si convince che la propria donna lo consideri poco virile e insoddisfacente sessualmente. Queste idee lo inducono ad autosqualificarsi e ad ipergeneralizzare le situazioni di insuccesso sessuale portandolo ad adottare l’evitamento del rapporto sessuale quale soluzione migliore di autoprotezione per non rivivere circostanze incresciose ed umilianti.

Per la cura della disfunzione erettile è necessario partire dalla radice del problema, rilevando se trattasi di patologia organica o psicologica.

Quando gli approfondimenti medici rilevano una complicazione fisica che intacca, di riflesso, la corretta funzionalità erettile, il trattamento di guarigione è quello farmacologico ed è prescritto dallo specialista.

In termini di consuetudine, sono utilizzati i farmaci inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 con assunzione orale (come Sildenafil, Tadalafil, Vardenafil, Avanafil), il trattamento ormonale (testosterone) solo nel caso di cause endocrine e, più spesso, i vasodilatatori (Viagra, Cialis, Levitra), ovvero quei farmaci esercitanti un’azione di rilassamento nei confronti dei muscoli dei vasi sanguigni comportando la conseguente dilatazione degli stessi.

I vasodilatatori, largamente presenti in commercio e particolarmente rinomati a livello universale, sono efficaci in quei soggetti la cui disfunzionalità è conseguenza di un problema organico e rappresentano, pertanto, un supporto valido, ma la loro prescrizione va effettuata sulla base di un obiettivo studio clinico che attesti l’origine fisica del problema di erezione.

Se, al contrario, gli esami clinici appurano la sanità fisica del paziente con scorretta funzionalità erettile, la diagnosi non può che rilevare una matrice psicogena alla base del disturbo. In questa tipologia di pazienti l’uso del farmaco visodilatatore è sconsigliato oltre che inutile, perché ne va ristrutturato lo schema cognitivo, nulla di fisico.

Esiste una cartina di tornasole per cogliere e/o confermare l’aspetto psicogeno della disfunzione: ci si riferisce a quella particolare dinamica, riferita in studio dal paziente, in cui l’erezione è assolutamente perseguita con una buona consistenza e durata, quand’è da solo, “al sicuro” da una situazione in cui gli è richiesto di consumare un rapporto penetrativo con la propria partner. Esempi emblematici sono le erezioni spontanee notturne tipiche della fase REM o quelle del risveglio mattutino, o ancora la pratica masturbatoria di autoerotismo: in queste circostanze il soggetto non deve esporsi ad altri in merito alla propria performance, per cui non  teme di fallire, è sereno ed è per questo in grado di eccitarsi e di produrre l’erezione in modo normale.

I flussi di pensiero ricolmi di preoccupazione e di paura, di autosvalutazione e di umiliazione causano l’ansia da prestazione che inibisce la possibilità di eccitarsi e di produrre l’erezione in quelle situazione d’intimità con la donna: il fulcro della disfunzioni sono gli inganni mentali, ovvero gli errori cognitivi.

I pazienti che si presentano in studio raccontano di aver già vissuto una o più crisi erettili, che l’hanno spronato ad approdare, con belle speranze per la risoluzione del problema, alla somministrazione dei suddetti farmaci vasodilatatori. Ma il più delle volte raccontano anche che questi medicinali, però, o hanno avuto dei risvolti più o meno positivi nell’immediato primo periodo di assunzione o, addirittura e più spesso, non hanno apportato alcun effetto benefico al disturbo. Questi farmaci, infatti, seppur potenti, non possono intervenire sulla psicologia della mente umana alleviando l’ansia e mutando i pensieri distorti che hanno ingenerato lo stato d’agitazione.

Quei casi in cui il medicinale abbia aiutato il paziente nelle sue prime assunzioni si spiegano col fatto che la persona si sia approssimata all’incontro sessuale con dei pensieri leggermente differenti e con meno incertezza, puntando di avere con sé il jolly vincente, il farmaco appunto: in altre parole, il pensiero di fallire era supportato e controbilanciato dalla possibilità del farmaco potente. Ma come detto, si tratta di una situazione puramente momentanea, perché la ristrutturazione completa degli schemi cognitivi presenta un’altra soluzione, ovvero un trattamento di approccio psicologico.

Esiste un legame profondo tra psiche, stato d’animo ed erezione, in cui quest’ultima non è una reazione automatica, ma è una conseguenza dei pensieri e delle emozioni provati dal soggetto.

Elementi circostanziali come la stanchezza lavorativa, l’affaticamento fisico, lo stress psicologico, la preoccupazione per la salute propria e/o di persone care, i problemi professionali potrebbero aver comportato, nei momenti delle prime crisi erettile, una riduzione del desiderio sessuale e, di riflesso, dell’eccitazione. Quando il pensiero non è focalizzato sulla performance, ma è rivolto altrove, si altera in negativo il meccanismo che produce l’eccitazione, il che, a sua volta, provoca l’inibizione dell’erezione e, come risultato finale, il fallimento sessuale.

Tutto ciò destabilizza il paziente, che si vede disperso in un labirinto di incertezze da cui non vede vie d’uscita: è dubbioso circa la propria virilità, è timoroso del giudizio negativo della propria partner, è spaventato che il problema possa durare per sempre.

Incappa in tal modo nel circolo vizioso degli errori cognitivi e, sebbene supportato dai vasodilatatori, esso non sarà in grado di produrre e/o di mantenere una funzionalità erettile adeguata e normale.

La cura reale e definitiva del problema, allora, consiste nella comprensione psicologica di queste dinamiche. Il suggerimento migliore è un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale grazie al quale il paziente potrà apprendere le logiche che governano il nesso tra psiche e corpo.

Individuando nei pensieri la causa primaria d’innesco ed alimentazione del disturbo erettile, il terapeuta fornirà le tecniche utili a correggere e ristrutturare i pensieri distorti posti in essere dalla persona.

La regola d’intervento è semplice: cambiando il pensiero, cambierà di conseguenza l’emozione avvertita. Eliminando l’ansia e la paura e approcciandosi con la giusta tranquillità al rapporto, si avrà la possibilità di riconquistare la corretta funzionalità erettile e di godere appieno della propria vita sessuale.

Articolo a cura: Dott. Pierpaolo Casto – Psicologo e Psicoterapeuta – Specialista in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

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