Quali sono i sintomi più diffusi dell’ansia da prestazione

QUALI SONO I SINTOMI PIÙ DIFFUSI DELL’ANSIA DA PRESTAZIONE?

L’ansia da prestazione sessuale rientra tra i disturbi sessuali più comunemente diffusi tra gli uomini: è stimato, infatti, che la sua percentuale d’incidenza in contesto nazionale si aggiri attorno al 13% circa della popolazione.

Questo problema si manifesta fisicamente attraverso una serie di disturbi erettili che alterano la funzionalità fisiologica della produzione e/o del mantenimento dell’erezione.

Prima di addentrarci nella profondità tematica della sintomatologia corredata all’ansia da prestazione, è opportuno premettere un fondamentale distinguo tra le due diverse tipologie della disfunzione erettile: quella di natura organica e quella di natura psicologica.

È utile, in tal senso, analizzare i numeri percentuali del disturbo erettile a seconda delle fasce d’età: il 2,1% nei soggetti maschi tra i 18 e i 29 anni; l’1,9% in quelli tra i 30 e i 39 anni; il 4,8% negli uomini tra i 40 e i 49 anni; il 15,7% in età tra i 50 e i 59 anni; il 26,8% tra i 60 e i 70 anni; il 48,3% negli over 70enni.

La prima osservazione rilevante è il lieve ribasso tra la prima e la seconda fascia anagrafica: dal 2,1% si scende di poco all’1,9%. L’ansia da prestazione assume connotati generalmente psicologici in quei ragazzi e giovani che si approcciano per le prime volte all’incontro sessuale: la paura di fallire deriva pertanto da un’insicurezza di fondo e dall’inesperienza, motivo per cui sarà molto complicato per loro conseguire uno stato eccitatorio tale da poter praticare una performance adeguata ed appagante. 

Il dato numerico si abbassa lievemente superata la soglia dei 30 anni: questo rilievo, invece, è spiegabile col fatto di aver raggiunto una maturità sessuale migliore e, di conseguenza, una capacità di gestione più efficiente delle proprie insicurezza e della propria fisicità.

Il dato risale di quasi tre punti percentuali dopo i 40 anni e tende raggiungere picchi sempre, gradualmente più elevati dal mezzo secolo di vita in poi: in questi casi, ai fattori psicologici, s’intersecano con forza gli aspetti organici. Avanzando d’età, infatti, si riduce al minimo la componente psicogena, cedendo il posto alle patologie fisiche che, per motivi di anzianità anagrafica, compromettono la corretta funzionalità erettile.

Noi ci concentremo sull’ansia da prestazione, ossia sulla disfunzione erettile di natura psicogena, per la quale consigliamo quella che è la cura elettiva per la remissione definitiva e completa dei disturbi: la psicoterapia cognitivo-comportamentale.

È un percorso a tappe, nel corso delle quali lo specialista consegna al paziente le chiavi giuste per chiudere con decisione e risolutezza la porta oscura delle sue paure: fornirà, infatti, le tecniche e la strategie utili per individuare, correggere e ristrutturare il suo approccio cognitivo alla sessualità.

Fulcro del problema erettile sono i pensieri generati dalla persona: si tratta di errori cognitivi, frutto di scenari immaginati e irreali, che annullano il piacere sessuale mutandolo in angoscia e preoccupazione di fallire.

Durante le sedute in studio, il primo indizio per comprendere l’origine psicologica del disturbo d’erezione, dopo l’ascolto della storia personale del paziente, è la produzione dell’erezione spontanea o durante la masturbazione.

Si assiste sovente, infatti, al racconto di buone erezioni ottenute in solitaria: il paziente racconta di produrre una normale rigidità del pene durante le pratiche di autoerotismo, conseguendo pure un orgasmo corretto e piacevole.

È semplice fornire una spiegazione a questo evento: la persona, quand’è da sola, al riparo da occhi indiscreti, si sente tranquilla e sicura di se stessa dal momento che non deve dare dimostrazioni di “virilità” a nessuna partner, perciò i pensieri negativi e autosqualificanti non si generano.

Altra prova tangibile della natura psicogena del disturbo erettile riguarda la produzione di erezioni spontanee durante la fase REM del sonno, in notturna, e al risveglio mattutino: l’irrigidimento dell’organo sessuale in queste occasioni denota, infatti, la sanità fisica dell’uomo.

Il problema d’ansia da prestazione sovviene, pertanto, in prossimità della possibilità concreta di avere un rapporto sessuale con una donna.

In un batter d’occhio il paziente si ritrova sommerso e perso tra infinità di pensieri in serie. Si tratta di inganni mentali che destabilizzano il suo umore e ne compromettono l’eccitazione, da cui deriva direttamente la produzione erettile.

Il circolo vizioso degli errori cognitivi contiene convinzioni del tipo:

  • “Se devo farlo senza erezione non ci provo neanche” (pensiero dicotomico)
  • “A quanto pare penetrare non fa per me” (ipergeneralizzazione)
  • “Sono riuscito ad avere un ‘rapporto’ ma lei non ha goduto adeguatamente” (astrazione selettiva)
  • “È inutile avere rapporti senza erezioni” (squalificazione del lato positivo)
  • “Penserà che sono impotente” (lettura del pensiero)
  • “Ormai sarà sempre così (cadrà sempre)” (riferimento al destino)
  • “La mia vita è rovinata” (catastrofizzazione)
  • “Se sento che non riuscirò ad avere l’erezione tanto vale rinunciare in partenza” (ragionamento emotivo)
  • “Devo avere l’erezione per avere rapporti completi” (doverizzazione)
  • “Non riuscire a soddisfare una donna è da incapaci” (etichettamento)
  • “È colpa mia se nessuna ragazza mi vorrà mai” (personalizzazione)

L’ansia da prestazione, quindi, concerne la tensione emotiva scaturita dalla sintomatologia ansimante di questi flussi di pensiero di autosvalutazione che presagiscono scenari del tutto negativi: prospettandosi esiti poco lieti, la profezia si autoavvererà e l’erezione difficilmente sarà prodotta e/o mantenuta.

Questa sintomatologia psicologica ha evidenti riflessi sulla fisicità del paziente, culminando nella disfunzione erettile.

Ma si può assistere, inoltre, a manifestazioni caratteristiche dell’ansia: tachicardia, sudorazione fredda, brividi, nausea, vampate di calore, respirazione breve e affannosa, tremori muscolari, difficoltà a conversare, riduzione del coordinamento muscolare e dei movimenti, restringemento dei vasi sanguigni.

Quest’ultimo sintomo, ossia la vasocostrizione dei vasi sanguigni e dei capillari, è strettamente correlato alla condizione d’ansia del paziente che, in preda alla paura e all’insicurezza, determina un ostacolo allo scorrimento regolare del sangue nei corpi cavernosi. La regolarità del flusso sanguigno, infatti, è conseguenza diretta dell’eccitazione sessuale a livello mentale: se questa manca, a causa dei suddetti inganni cognitivi, neppure il sangue aumenterà il suo getto e, di conseguenza, il pene non verrà portato alla giusta erezione.

Ecco perché nessun farmaco vasodilatatore (cialis, viagra, levitra) potrà mai sostituirsi a un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale in caso di disfunzione erettile psicogena: ciò che va corretto, infatti, non è l’organicità del paziente, ma sono i suoi pensieri.

Articolo a cura: Dott. Pierpaolo Casto – Psicologo e Psicoterapeuta – Specialista in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

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